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Centro Studi

Psicosomatica

DEMETRA

ISTANTI DI LUCE

Per una integrazione psicosomatica

 

 

A cura della Associazione culturale IL LABIRINTO

 

n. 04 Agosto 2014

 

Associazione Demetra, via Cavini 7/f - 31100 Treviso tel. 0422 401853

Associazione Il Labirinto, via Meneghini 3 - 33077 Sacile (PN) tel. 348 3578 838

 

 

Copia ad uso esclusivo dei soci dell’associazione Stampato in proprio: via Cavini 7/f - 31100 Treviso

 

 

SOMMARIO

 

 

 

 

1 EDITORIALE

Anna Villa

 

8 LA VISIONE PSICOSOMATICA

Le proprietà emergenti nella rete della vita

Valter Carniello

 

15 UNA NUOVA DISCIPLINA: L’ECOBIOPSICOLOGIA

Fra possibile e impossibile la sfida della creatività

Susanna Rubatto

 

23 VOCI DAL CONVEGNO

L’emozione del creare. Le vie impossibili

Laura Zanardo, Enrico Marignani, Anna Villa

 

35 LA PAROLA A …

Creatività e cucina

Silena Cassandro

  

39 NOTE BIOGRAFICHE

 

40 DEMETRA NEWS

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Demetra istanti di Luce

Per una integrazione psicosomatica.

COMPLESSITÀ E CRISI. LE VICENDE DEL CREARE 

n° 4 agosto 2014

 

Responsabile editoriale: Valter Carniello

Gruppo di Redazione:

Anna Villa, Susanna Rubatto, Cristina Paladin

 

DEMETRA ASSOCIAZIONE CULTURALE

Via Cavini n° 7/F - 31100 Treviso Tel. 0422 401853

email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.convegnodemetra.it

  

Copia ad uso esclusivo dei soci dell’Associazione.

Stampato in proprio: via Cavini 7/f - 31100 Treviso

 

EDITORIALE

 

 

Anna Villa - Presidente Associazione Demetra

 

I temi trattati al recente Convegno Demetra nel periodo 10-29 marzo 2014 sono stati sicuramente significativi. Abbiamo dato spazio al valore della creazione, al creare come spinta energetica ed emotiva verso un ampliamento di prospettive e nuovi scenari di vita, verso possibili soluzioni di quegli stati pesanti e invalidanti che comunemente chiamiamo crisi.

In questo numero del periodico abbiamo voluto tornare a quei temi, recuperare delle riflessioni oggetto dei vari incontri e amplificare i contenuti più complessi dedicando articoli che da un lato riprendano i contenuti a nostro avviso più importanti, dall’altro allarghino il nostro sguardo alle scienze della complessità. Tutto ciò per inserirci all’interno di studi e ricerche che hanno l’intento di com-prendere l’umano in tutte le sue sfaccettature. Intendiamo considerare l’umano inserito nel percorso filogenetico e in stretta relazione con ogni organismo vivente che popoli il nostro universo, in cui la creazione di nuove strutture di vita ne è il fondamento evolutivo di valenza archetipica.

Mi sembra importante dedicare qualche commento alla modalità con cui siamo arrivati come gruppo Demetra a scegliere il tema del Convegno, perché il modo di attuare il processo di scelta del tema è stato esso stesso la concretizzazione della potenza dello spirito creativo in azione.

È quello che è successo al Direttivo riunito con il gruppo dei collaboratori. Ancora a settembre 2013 abbiamo cominciato a pensarci, a chiederci come uscire dal tema dei Convegni precedenti sull’Ombra, i luoghi oscuri dell’anima.

Abbiamo proceduto assecondando un processo induttivo che consentisse di fidarsi, di esplorare, di proporre e di costruire le basi, per lasciare poi emergere quello che più sentivamo appropriato per questo nuovo anno. Più che uscire dall’Ombra abbiamo capito che possiamo avvalorarla senza negarla e, lasciandoci andare alla creazione di qualcosa di nuovo, con le scoperte fatte accettare i lati oscuri del vivere e di ciascuno di noi.

Ci è piaciuta la sfida, affrontare vie apparentemente impossibili, che superficialmente sono improponibili a una mente razionale e lucida. Ci siamo cimentati, abbiamo preso decisioni.

È bellissimo giungere alle decisioni con il confronto, l’espressione coraggiosa dei dubbi, del disaccordo e di posizioni alternative, lasciare che i contenuti si depositino in ciascuno e nel gruppo, come terreno fertile che si lascia fecondare dai semi dei contenuti evocati, e con sorpresa veder nascere tema-titolo-eventi come proposte condivise, soddisfacenti per ognuno.

Come vedremo, i temi del Convegno toccati, molti approfonditi e altri evocati, hanno dipanato, tra riflessioni ed esperienze nei laboratori, le vicende del creare. Volutamente parlo di vicende perché la creazione presuppone un’origine, azioni, emozioni, direzione, orientamento, obiettivi da raggiungere.

La partecipazione alla sequenza di momenti proposti ha favorito pregnanza e profondità ai temi trattati, valorizzando la dimensione sia personale sia sociale nella gestione dei tempi odierni, per reggere la fatica di affrontare il quotidiano senza rimanerne soggiogati e impotenti. È stato possibile percepire l’efficacia con cui evento dopo evento ciascuno, con le caratteristiche della propria soggettività, ha potuto raccogliere e lasciar sedimentare dentro di sé il valore del creare, dell’esprimere la propria originalità nell’affrontare i momenti difficili, le crisi, della vita personale e collettiva.

Scopo del nostro numero, anche questo esito di un lavoro di creazione, rielaborazione, perfezionamento, innovazione e finalmente definizione, vuole essere la composizione di una serie di riflessioni a seguito del Convegno.

Per entrare più consapevolmente nel merito dei contenuti, volevo soffermarmi sul concetto di crisi, sull’esperienza della crisi. Questo momento, prima che aprire prospettive innovative e offrire spunti di risoluzione, è segnato dalla pesantezza, dalla frustrazione, dalle difficoltà di gestione anche semplice delle incombenze abituali. Tendenzialmente si va verso la depressione come stato di prostrazione o verso il polo opposto, cioè la negazione del problema. In entrambi i casi i tentativi di ovviare le difficoltà si riducono a soluzioni temporanee e superficiali.

Q

La dea Demetra

uando si è in crisi si sta male e, se si accetta di starci, non si intravedono soluzioni, si perde il desiderio di guardare avanti, crollano le certezze, non si sa da che parte dirigersi. Aumenta il disagio e si riducono le speranze di uscirne.

 

Ci si ritrova ad abitare gli “Inferi”, luoghi oscuri, vissuti come pericolosi, ma tanto preziosi, lontani dal quotidiano anche se nel quotidiano, comunque, giungono i loro influssi.

Nella nostra Associazione conosciamo il valore dell’incontro con gli Inferi tramite il Mito di Demetra e di sua figlia Kore. Quest’ultima è rapita da Ade, dio degli Inferi, e per lei è un’esperienza traumatica, ma il superamento di questo evento e la risalita sulla terra determineranno il suo cambiamento e la sua maturazione come donna. C’è un altro Mito che può aiutarci a popolare le nostre riflessioni, è una storia più complessa, più dinamica, con più presenze coinvolte e ci costringe a guardare un’altra polarità, la compresenza nel femminile di parti distruttive e parti costruttive che vanno fatte incontrare, affinché uomini e donne trovino le forze e affrontino i momenti difficili.

Questo è il suo racconto.

La dea Sumera Inanna scende negli Inferi per incontrare la sorella Ereshkigal, la dea distruttiva e potente. Questo incontro e le pesanti vicende che affronterà le permetteranno la risalita e la sua trasformazione. Prima di scendere Inanna prende delle precauzioni e chiede a una ancella di dare l’allarme se non farà ritorno entro tre giorni. La sorella Ereshkigal nel vederla si infuria, perché Inanna osa entrare nel suo regno, per questo la condanna a morte e Inanna viene giustiziata. Enki, dio delle acque, avvisato dall’ancella, interviene e dà vita a due minuscole creature che si introducono di nascosto negli Inferi. Queste assistono e provano pena per le afflizioni di Ereshkigal che, dopo aver fatto uccidere la sorella, è in preda ad atroci sofferenze nelle doglie del parto; le attenzioni che queste creature hanno verso di lei ammorbidiscono le sue rigidità, tanto che accetta di restituire il corpo di Inanna alle loro cure. Con il cibo e l’acqua di vita ricevuti da Enki, Inanna resuscita, come se la sorella l’avesse partorita con le sue doglie. Ma nessuno sale dagli Inferi senza esserne toccato, così Inanna deve trovare un sostituto che prenda il suo posto laggiù. È il dio Dumuzi, marito di Inanna fino ad allora poco preoccupato per lei, che viene trascinato nell’oltretomba. Dagli Inferi Inanna torna con la consapevolezza del proprio potere. Infatti, negli Inferi ella trova la pazzia di Ereshkigal che nelle doglie del parto la dà simbolicamente alla luce rinnovata. Inanna “... ora conosce l’umiliazione, le profonde ferite dell’oltretomba e l’ira caotica creata dal rifiuto e dalla certezza della morte. Con la conoscenza di entrambi i reami Inanna, che rappresenta la potenza della generazione, rinasce.”1 E Dumuzi, dio della fertilità, giacerà con lei sei mesi e sei mesi anche con la sorella oscura.

A fronte del percorso di Inanna possiamo maggiormente comprendere e dare senso anche alle nostre traversie e riconoscere che uscire dall’Ombra è possibile senza eliminarla perché, se l’Ombra recupera l’esperienza opposta, di essa ne abbiamo bisogno per completare i nostri tratti e le nostre peculiarità.

Come commenta Linda Leonard “...forse l’antico mito sumerico della dea Inanna che discese all’inferno, affrontò la scissione fra le energie femminili luminose e oscure, e ne tornò con la potenza creativa della dea delle tenebre, ci può dare una vaga idea della trasformazione...”2 necessaria per vincere la paura della pazzia, della morte, dell’annientamento.

Forse anche la paura della crisi?

La dea Inanna

Leonard continua dicendo come “la sfida da affrontare è la cosciente accettazione di questo viaggio, che può unire i misteri della luce e delle tenebre, per mutare l’umiliazione in umiltà e tornare con la conoscenza e l’energia creatrice3 ... e trasformare il terrore della crisi e i giudizi mortiferi che spesso la accompagnano. Vale a dire che negare ciò che si teme e la sua energia porta a pericolose polarità. “Solo affrontando ciò che ci spaventa e lasciandolo emergere possiamo trovare un equilibrio.”4 Solo se accettiamo di confrontarci con le paure profonde che albergano in noi e le trasformiamo, potremo attivare le forze trasformatrici affinché ci sia in noi la forza per affrontare la risalita.

 

Ecco allora che nella crisi, se non abbiamo il coraggio di riconoscere il disagio, il non-senso, una sorta di “caduta” pesante delle nostre convinzioni, se non incontriamo la sorella oscura, non potremo poi sentire di nuovo le energie di vita muovere ancora i nostri muscoli, il nostro corpo, per guardare avanti e recuperare le forze fisiche e psichiche, per uno sviluppo spirituale in cui riporre e tenere insieme questi opposti e ritrovare il senso.

Su queste dense premesse si snodano i nostri articoli.

Valter Carniello ci offre un ampio sguardo alle scienze della complessità, enucleando scientificamente nei tratti del biologico le forze vitali in gioco: le proprietà emergenti. Queste ultime si presentano come valide premesse per un’apertura analogica al riconoscimento di altre proprietà emergenti nelle questioni psicologiche personali e collettive. Anche queste ultime sembrano seguire un percorso evolutivo secondo movimenti creativi attivati dal profondo e di cui non sempre siamo consapevoli.

Susanna Rubatto, dopo la serata dell’Associazione che incontra lo scrittore Giorgio Cavallari (ha da pochi mesi pubblicato il libro: Creatività: l’uomo oltre le crisi) e a seguito della sua lezione Magistrale nel giorno conclusivo del Convegno, ci conduce per mano, riporta e approfondisce i tratti salienti che pertengono alle crisi e ai tentativi di superarle messi in luce dall’autore. Molte le riflessioni e molti i risvolti su cui soffermarsi.

Le voci dal Convegno dei componenti del Direttivo, Laura Zanardo, Enrico Marignani, Anna Villa, vengono qui riportate per come sono state presentate, ciascuna nel tentativo di esplicitare la visione di aspetti del creare tratti dal mondo dell’Immaginario, dalla Letteratura, dall’Informazione e filtrati attraverso una personale lettura e commento, tutto ciò ad arricchire il panorama nel quale il nostro percorso si è andato esprimendo.

L’apporto empatico e vitale di Silena Cassandro, anche con la proposta di una gustosa ricetta, chiude il nostro “viaggio” sulle onde del Convegno.

Quanto qui espresso non vuole essere la sintesi del Convegno, ma un contributo per rendere ancora più efficace l’esito delle riflessioni. Mettere per iscritto parte di quanto detto, accaduto, vissuto, amplificarlo con i rimandi scientifici e permetterne la lettura secondo i tempi personali di elaborazione, favorire l’interiorizzazione dei contenuti è motivo delle nostre fatiche.

Vi auguriamo una buona lettura.

 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • Linda Schierse Leonard, Testimone del Fuoco-Creatività e dipendenza, Astrolabio, Roma 1991, p. 160.

 

 

LA VISIONE

PSICOSOMATICA

 

LE PROPRIETÀ EMERGENTI

NELLA RETE DELLA VITA

 

Valter Carniello

  Piano piano si va delineando, in ambito scientifico e culturale, una visione olistica dell’uomo e della realtà in cui è immerso, che considera i fenomeni fisici, psichici, biologici, sociali, culturali, ecc., come interdipendenti e in relazione costante tra loro. A fronte di una scienza “classica” che si è sviluppata indagando l’oggetto esaminato, cercando di scoprirne le leggi che lo governano fino a ridurlo a dei semplici elementi per poterlo duplicare o perfino clonare, oggi sempre più si profila un’investigazione scientifica non più solo a valenza deterministica, ma che contempla le scoperte della fisica quantistica, delle teorie sistemiche, della biologia molecolare, fino alla psicologia del profondo.

In questa concezione della realtà indivisibile, il processo della conoscenza risulta molto più vasto e complesso. Sul piano teorico non si presenta come un modello chiuso, ma aperto, dove è necessario costruire una rete di conoscenze, teorie, ipotesi e concezioni che ci permettano di collocarci all’interno di questi punti di vista per trovarne via via le relazioni e i collegamenti. Diventa così possibile creare un modello per entrare in relazione con gli aspetti qualitativi della realtà e non solo quantitativi; fondare un paradigma per integrare la logica del pensiero che unisce gli eventi linearmente e la circolarità dello stesso pensiero che ne scopre anche le relazioni e i rimandi con gli altri eventi dello stesso sistema vitale considerato; costruire un modello che tenga in considerazione l’unicità e l’immediatezza propria dell’esperienza diretta degli eventi conosciuti. Un modello di pensiero e di analisi della realtà (fisica, sociale, medica) valido per la soluzione dei problemi, per generare nuove conoscenze, per amplificare l’intuito e la creatività.

Con questa prospettiva, come psicosomatisti abbiamo il bisogno di cogliere i legami rispetto a una cultura scientifica “ortodossa” che analizza separando; come psicologi avvertiamo la necessità di studiare il legame tra i disturbi fisici e i corrispettivi disturbi psicologici; come terapeuti sentiamo l’esigenza di costruire ponti che mettano le fondamenta tra il bios e la psiche, ma che anche si posino sui fondali dell’ambito sociale, culturale ed ecologico. La psicosomatica, collocandosi negli studi della complessità, studia l’organizzazione, le connessioni, il controllo e le interazioni dei fenomeni viventi, indagando la rete di comunicazione fra queste differenti manifestazioni, tutte espressioni del fenomeno vita. Nello studio dell’essere umano, affinché queste relazioni siano il più possibile significative, le analogie trovate dovranno essere scientificamente fondate, per decodificare il modo di essere globale dell’individuo, senza frazionarlo disunendo corpo e psiche.

Da questo punto di vista il concetto di rete, che nei numeri precedenti abbiamo introdotto e che in questo articolo continuiamo ad approfondire, fornisce una nuova prospettiva sulla genesi della natura e, perciò, dell’essere vivente. L’esistenza di livelli differenti di complessità con leggi di tipo diverso operanti a ciascun livello, fa sì che a ogni stadio di complessità i fenomeni osservati evidenzino proprietà che non esistevano a livello inferiore: le proprietà emergenti.

Ad esempio, per Philip Warren Anderson, premio Nobel per la fisica nel 1977, l’emergenza è una proprietà collettiva della materia che nessun componente del collettivo possiede singolarmente. Lo si può vedere con l’esempio dell’acqua: in una molecola di questo comunissimo liquido non c’è nulla di particolarmente complicato, c’è un atomo d’ossigeno, legato a due atomi di idrogeno. Ma mettiamo insieme miliardi di queste molecole in un recipiente, a temperatura e pressione ambiente, e vedremo questo collettivo di molecole iniziare a gorgogliare, a gocciolare, a luccicare. Le molecole hanno acquistato una proprietà collettiva, cioè sono diventate un liquido: l’acqua. Nessuna di esse, presa singolarmente, può essere definita una molecola liquida. Lo stato liquido è una proprietà emergente, una proprietà che è solo dell’insieme di molecole. Inoltre, le proprietà emergenti producono spesso comportamenti emergenti, cioè, se mettiamo quell’acqua nel freezer, quando la sua temperatura sarà giunta a 0°C, vedremo che l’insieme di molecole subirà una trasformazione (transizione di fase) diventando solida. Oppure, se mettiamo l’acqua sul fuoco a 100°C, la vedremo bollire e diventare vapore. Nessuno di questi due comportamenti, nessuna di queste due transizioni di fase, ha significato per una singola molecola. Entrambe sono caratteristiche irriducibili dell’insieme.

 

   

Molecola dell’acqua

 

Un ulteriore esempio lo possiamo fare con le spugne (Parazoa - Porifera), animali privi di sistema nervoso, apparentemente un aggregato casuale di cellule (con un corpo non ancora costituito da veri tessuti e organi, ma da pochi tipi di cellule differenziate per i vari compiti). In realtà le forme di questi animali derivano da interazioni reciproche tra le singole cellule. È possibile separare e filtrare le singole cellule (facendole passare attraverso un setaccio senza lesionarle), mettendole poi in un ambiente opportuno e lasciandole interagire tra loro, la spugna si riforma. Le singole cellule, che sembrano entità indipendenti quando sono disaggregate, da aggregate riformano l’organismo completo che noi chiamiamo spugna.

A

La molecola glucidica

ncora un esempio: “Quando gli atomi di carbonio, ossigeno e idrogeno si legano in un certo modo, formando lo zucchero, il composto che ne risulta ha un sapore dolce. Questa dolcezza non risiede né in C (carbonio), né in O (ossigeno) ne in H (idrogeno), risiede invece nello schema [relazione] che emerge dalla loro interazione.5

 

 

Nei sistemi naturali emergono nuove proprietà a ogni livello. Una proprietà emergente di un sistema non può essere prevista dallo studio dei componenti, nel senso che le proprietà dell'insieme non sono riducibili alla somma delle proprietà delle singole parti. Le nuove proprietà emergono perché le componenti interagiscono, non perché cambia la loro natura; vanno pertanto osservate per ogni livello di organizzazione.

Le proprietà emergenti non sono sempre intuitive o spiegabili con nessi causali diretti, non esiste cioè una progressione esclusivamente lineare o causalistica, pena rifare l’errore dei riduzionisti e di chi crede che se nulla di materiale si aggiunge a un livello successivo, le proprietà di quel livello dovranno necessariamente essere riconducibili a quelle del precedente. Si tratta perciò di leggere la realtà conoscendo, come dice M. Pusceddu “… non solo gli ‘oggetti’ in gioco, ma anche le loro ‘relazioni’; proprio queste relazioni, infatti, determinano la comparsa delle ‘proprietà emergenti’ caratteristiche del livello d’organizzazione superiore.6

Ritorna in aiuto l’esempio dello zucchero ripreso da F. Capra che continua la sua analisi aggiungendo: “… per esprimerci in senso più rigoroso, la dolcezza non è una proprietà dei legami chimici. Essa infatti è un’esperienza sensoriale che sorge quando le molecole di zucchero interagiscono con la chimica delle nostre papille gustative che, a loro volta, attivano in un determinato modo una serie di neuroni. L’esperienza della dolcezza emerge da quell’attività neuronale. Pertanto, quando ci limitiamo ad affermare che la proprietà caratteristica dello zucchero è la sua dolcezza, in realtà ci riferiamo a una serie di fenomeni emergenti che si situano a differenti livelli di complessità. […] i futuri studiosi […] gli scienziati dovranno accettare un ulteriore nuovo paradigma, consistente nel riconoscere che l’analisi dell’esperienza vissuta – ossia, dei fenomeni soggettivi – deve essere parte integrante di qualunque scienza della coscienza.7

Ecco perciò come in una lettura dei fenomeni, nell’ambito delle discipline della complessità non ci si perda in un riduzionismo meccanicista, ma si cerchi di cogliere quell’evento come nodo di una rete di relazioni che attraversano i vari livelli dell’esistere. È fondamentale allenarci a cambiare punto di vista, a oscillare, come ci insegna l’ecobiopsicologia, tra un infrarosso e un ultravioletto, a comprenderne i rapporti, le analogie, la coesistenza su uno stesso piano della realtà.8

 

Per comprendere sempre di più come tutta la realtà sia un insieme gerarchico di strutture sovraordinate, rispetto a quelle che le precedono, faremo degli esempi tratti dal libro Gioco di specchi di M. Pusceddu, partendo dalla cellula che indubbiamente è un’unità fondamentale dei viventi e che ha popolato la terra nei primi miliardi di anni con gli organismi unicellulari. Successivamente alla comparsa dei pluricellulari, le cellule si sono organizzate a formare tessuti differenziati, orientate ad assolvere precisi scopi. In seguito, diversi tessuti si sono assemblati per formare gli organi e poi gli apparati, e il loro insieme coordinato ha costituito l’individuo.

Analogamente, uscendo dall’ambito della biologia, troviamo che un insieme coordinato di individui formano una famiglia, poi un popolo ecc. Se invece di procedere in questa direzione andiamo verso l’infinitamente piccolo, scopriamo che la cellula è composta da una serie di organelli con le loro funzioni cellulari (così come gli organi svolgono le funzioni corporee dell’uomo), gli stessi organelli sono costituiti da complessi sovra molecolari, ordinati a loro volta e formati da molecole. Le molecole attraverso i legami chimici sono formate da atomi, che sono costituiti da particelle subatomiche, perciò, si scopre che la materia può essere considerata una forma di energia.

Tutta la realtà fenomenica è un insieme gerarchico di strutture, dalle più semplici alle più complesse, e ogni struttura sovraordinata è caratterizzata dalle proprietà emergenti non spiegabili con la semplice somma degli elementi che la compongono, “ciò che permette a un insieme di sub unità di formare una struttura sovraordinata è il rapporto peculiare che si viene a creare tra le sub unità stesse. Ciò è vero a qualsiasi livello di organizzazione.[] per studiare qualsiasi fenomeno naturale non ha senso occuparsi solo delle varie parti che compongono il sistema, ma è necessario studiarne e comprenderne i rapporti.9

 

Seguendo questa affermazione, per vederne le amplificazioni, possiamo intraprendere un breve percorso psicosomatico che costruisca ponti analoghi tra la biologia e la psiche, sorretti dalle conoscenze scientifiche, supportati dalla psicologia e calati nella realtà. Osservando l’apparato digerente ancora una volta ci viene in aiuto M. Pusceddu.10

Per esplorare questo apparato, con una visione complessa-circolare-sistemica, partiamo dalla nutrizione ossia dalla funzione che come esseri viventi ci caratterizza e ci discrimina rispetto al mondo “non vivente”. Per mantenere e propagare la vita noi abbiamo bisogno di procurarci il cibo e di elaborarlo opportunamente, dobbiamo prendere dall’ambiente del materiale (cibo) diverso da noi e trasformarlo in parti assimilabili dal nostro organismo, cioè in parti di noi stessi. La nutrizione rappresenta l’archetipo-funzione che sta alla base di ogni essere vivente sia esso un batterio, una pianta o un mammifero. Volutamente, il nostro esempio continua nella linea evolutiva dei mammiferi, nei quali l’apparato digerente può essere visto inizialmente come un tubo: con due aperture alle estremità per ricevere ed espellere. Al suo interno vi sono settori nei quali si isola e si seziona (elabora) il cibo, fino a ridurlo in unità semplici uguali per tutti i viventi, e che solo allora possono essere assorbite nel sangue e nel sistema linfatico, per poi essere trasportate nei vari tessuti dove, rimontate secondo il nostro codice genetico, diventano parte di noi. Attraverso le pareti intestinali avviene il passaggio delle sostanze ottenute dalla digestione delle macromolecole contenute negli alimenti, principalmente: glucosio (come il saccarosio derivato da amido, glicogeno e disaccaridi); amminoacidi (derivati delle proteine); glicerolo e acidi grassi (derivati dai trigliceridi); vitamine e sali minerali. L’apparato digerente tramuta e converte ciò che è materia, diverso da noi, in qualcosa che farà parte di noi.

Analogamente anche la psiche è “nutrita” da stimoli, emozioni, immagini, pensieri che ci arrivano dal mondo esterno e che devono essere assimilati, cioè introiettati, dopo averli scelti, analizzati, soppesati, setacciati, ponderati, tenendo ciò che potrà diventare parte della nostra identità e del nostro modo di pensare o affrontare la realtà, scartando ciò che sentiamo in disarmonia o in conflitto con il nostro modo di stare nel mondo. Detto in altro modo, gli apporti che dall’esterno raggiungono le strutture neuropsichiche devono essere vagliati e poi ri-sentitizzati nelle nostre reti concettuali, assorbiti nel nostro “tessuto” emotivo e, infine, in parte espulsi perché non compatibili con il nostro modo di stare al mondo. Questo vuole anche dire incorporare il “diverso”, non come predazione alimentare, ma come confronto che arricchisce, per assimilare in questo modo un cibo psichico sempre più “complesso”, esercitando un’analisi e una scelta.

Seguendo questa traccia, nei prossimi numeri del periodico potrà essere interessante continuare a indagare le funzioni fisiologiche dell’uomo, nei suoi apparati e nei suoi organi, per scoprirne i corrispettivi aspetti in chiave psicologica e simbolica.

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • Fritjof Capra, La scienza della vita, ed. BUR.

  • Frigoli, Ecobiopsicologia. La psicosomatica della complessità, M&B, Milano, 2004.

  • Maria Pusceddu, Gioco di Specchi, Paolo Emilio Persiani, Bologna, 2010.

  • Maria Pusceddu, Il corpo racconta – Psicosomatica e archetipo, Paolo Emilio Persiani, Bologna, 2014.

UNA NUOVA DISCIPLINA

L’ECOBIOPSICOLOGIA

 

FRA POSSIBILE E IMPOSSIBILE

LA SFIDA DELLA CREATIVITÀ

 

Riflessioni sull’intervento di Giorgio Cavallari al 12° Convegno Demetra

 

Susanna Rubatto

 

 

Se uno non si aspetta l’impossibile

non lo raggiungerà mai.

Eraclito di Efeso

 

 

Elaborato dal fertile humus che agisce dalla base, ovvero da quel gruppo di amici che formano il terreno di discussione di idee e iniziative dell’Associazione Demetra, il tema del 12° Convegno si è fatto carico di quella che, per l’appunto, pare un’impresa “impossibile”: ridare speranza, cogliere occasioni, gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ostacolo più che mai concreto è quello di vivere una crisi, qualunque crisi, trovandosi in assoluta prostrazione, senza la forza necessaria a farci reagire di fronte alla realtà di quanto ci ha buttato a terra. Tanto sconforto può avvilupparci completamente e, al tempo stesso, bloccarci, fissarci in una stato che percepiamo come irreversibile e fuori dalla nostra possibilità di intervento.

Un termine che reputo adatto a rappresentare quanto ci viene richiesto in tale situazione, ma soprattutto adatto a esprimere la risposta che sapremo far nascere in noi, è la capacità di resilienza. Il termine è mutuato dalla metallurgia come proprietà del metallo di resistere alla sollecitazione dinamica determinata da prove d’urto e di forze. Per la persona diventa quindi la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di non lasciarsi soverchiare e deformare negativamente dalle difficoltà, ma anzi da queste trarre forza positiva per dare nuovo slancio alla propria vita. Questa possibilità di prendere forza dalle avversità mette le crisi e il dolore che determinano, in una nuova prospettiva di senso.

Per quanto saremo in grado di stare dentro al periodo di difficoltà, cercando di capire la nostra parte di responsabilità senza dare solo colpe ad altri (destino, persone, imprevisti, cattiverie ecc.), accettando che forse ci siamo soggiogati a delle illusioni che poi sono cadute e ora vediamo solo il vuoto che hanno lasciato, permettendo al dolore che proviamo di insegnarci la sua lezione, per quanto sapremo reggere tutto ciò che comporta questa situazione, ci potremmo anche accorgere che “qualcosa” si sta trasformando e, o dentro o fuori di noi, tale movimento – a volte impercettibile – ci permetterà di intravvedere possibili spiragli di luce.

Su questi bagliori riporto un brano di Ermes Ronchi, indicativo di come agire nella crisi:

Nella prova non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino, scrive Evdikimov. […] Prima di tutto, [bisogna] prendere atto di ciò che muore, sgomberare il campo da ciò che è inutile e ingombrante e creare lo spazio per qualcosa di inaugurale. E poi fissare lo sguardo non sulla notte, ma sulla linea mattinale della luce”.11

Da qui, da degli “istanti di luce”, si è avviata la proposta di Demetra di delineare vie per creare un nuovo, credibile orizzonte, perché sono proprio figure professionali quali le nostre, di terapeuti e di counselor, che nel proprio lavoro quotidiano hanno a che fare con crisi individuali di diversa origine e dove notano come oggi esse siano ancor più aggravate da elementi collettivi di forte disagio, che a loro volta creano un ulteriore senso di perdita di molte sicurezze date per acquisite (dalla casa, al lavoro, dall’ansia per i figli e il loro futuro, alla fatica di accedere serenamente alle cure mediche… ). Questa situazione sociale, che a molti appare stagnante, genera un senso di precarietà e spesso una conseguente messa in discussione anche della propria identità, portando facilmente a nutrire sentimenti di angoscia, sfiducia e paura.

La nostra proposta parte quindi da queste tangibili realtà che cerchiamo di interpretare e di aiutare a dipanare, tentando, come nel Convegno e ora in questo periodico, di suggerire spunti di riflessione e qualche strumento per superare i periodi di crisi. Una vera e propria sfida che ci chiede di affrontare ciò che appare impossibile grazie a uno sguardo creativo che ci aiuti vedere risposte anche dove, apparentemente, sembrano non esserci.

 

È stato invitato a elaborare con noi questo tema ed è stato presenza rilevante al 12° Convegno Demetra dello scorso 29 marzo, il Dott. Giorgio Cavallari, psicanalista junghiano e direttore scientifico dell’ANEB di Milano. La sua partecipazione ai convegni Demetra è ormai da anni una piacevole costante che, più che mai in quest’ultima occasione, è stata posta in evidenza dall’affetto intercorso tra l’assemblea e il relatore. Su tali premesse si è instaurato un confronto pregnante sull’argomento del Convegno, che ha portato i partecipanti in profondi percorsi, personali e collettivi, incentrati sulla nozione di creatività quale possibile risposta alle crisi che ogni persona incontra nella propria vita.

In questo articolo lo sforzo di riassumere il tema affrontato da Cavallari – che ha avuto modo di sviluppare ampiamente nel suo ultimo libro – è arduo, tanti sono gli stimoli e i concetti che, intrecciandosi tra loro, vanno a formare la trama del materiale concettuale alla base della sua riflessione. Ne risulterà quindi un excursus che metterà in luce i contenuti che più sono sembrati rilevanti, ma che non sarà certo in grado di riproporre quel clima denso che abbiamo assaporato in tutto il percorso proposto nel Convegno.

Nella sua argomentazione Cavallari parte dall’evidenziare come, nell’intento di risolvere uno stato di crisi, si crei una tensione tra gli opposti: tra attrazione per il nuovo, il rischio, e il bisogno di proteggere l'esistenza da ciò che è umanamente intollerabile.

In questo stato l’essere creativi non è una possibilità, ma si rivela essere una necessità. Senza discorsi consolatori, alla base c’è un atteggiamento intellettuale per cui crisi può divenire occasione di apertura verso nuove e, fino a oggi, impensate prospettive.

La via del coraggio è la proposta di Cavallari per trovare una risposta creativa alle situazioni di difficoltà. Un coraggio necessariamente "umano" e perciò non onnipotente, ma ridimensionato da ineludibili paure e fragilità che fanno parte prima che dell'essere creativi, del nostro essere creature. Credo che questo passaggio dell'esposizione sia uno snodo importante per riscoprire una dimensione decisamente umana, ma che è anche in grado di trascendere l'umanità stessa.

È innegabile che per avere un atteggiamento improntato alla creatività sia necessario riuscire a sconfiggere l'iniziale paura del nuovo e, perciò, dell’ignoto, ma l’obiettivo è arrivare a vivere e non a sopravvivere. Riscoprendo proprio in questo processo il nostro essere creature in relazione, dato che, in ultima analisi, l'atto creativo non è mai solo per sé, ma è sempre rivolto ad altri, all'Altro.

Certo, si può pure capire come si possa pensare sia più facile non essere creativi!

Può intimorire meno capire che un cambiamento (anche nell’ambito di una relazione d’aiuto) è reale in quanto trasforma e non annulla una materia già esistente. Trasformare: tras-formare, cioè portare (tras) una forma a diventare un'altra, creare una nuova forma sempre partendo da una vecchia. L’etimologia stessa di creare racchiude in sé tale idea di movimento: deriva dal latino creare, la cui radice è kar che significa anche fare, produrre, ma che è anche alla base di crescere. Prende vita qualcosa che prima non c’era…

Cavallari delinea tre strutture portanti dell'atto creativo: la memoria, con cui ogni processo creativo ha un debito, con la storia e i fondamenti che ci hanno preceduti. Con l'intelligenza che con la memoria si deve rapportare attraverso la capacità di comprendere, con un atto che unisce la mente e il cuore. Infine, alle precedenti qualità si aggiunge la volontà, che consente di passare da ciò che è ancora in potenza, all'atto, all'azione. È la volontà che, dopo che l'intelligenza ha esplorato la memoria e reso presente il passato, fa emergere da questo la radicale novità del futuro. Perciò, “ogni tra-sformazione, ogni tra-sgressione, riconosce il suo debito verso la tra-dizione, se vuol essere atto creativo”12.

Per esplicitare meglio l’unione a livello psicologico di questi concetti, Cavallari li ripropone con una lettura mitologica che si rifà alle figure di Vulcano, dio dei fabbri, e Mercurio, dio degli espedienti. Nella dimensione creativa, il primo rimanda al fondamento etico della “regola” che fa uso di disciplina, ordine, stabilità come strumenti con i quali ci si deve addestrare, rispettando tradizione e autorità. Mercurio invece, pur conoscendo la regola, non ne è dominato, ma rappresenta la libertà di permettersi di infrangerla. Si realizza in tal modo una dialettica dinamica che porti a sintesi creativa bisogno di austerità e spinte dinamiche.

Per suscitare l’atto creativo è dunque necessario fare riferimento ed esercitarsi con modalità che di primo acchito non pensiamo possano aver a che fare con la creatività, quali la disciplina, l'ordine e la stabilità.

Mentre siamo abituati da una certa cultura "romantica" a ritenere il creativo "genio e sregolatezza", Cavallari ci stupisce contrapponendovi il rigore, traghettandoci dal principio del piacere al principio del dovere. Tutte le arti insegnano che niente nasce da una matrice senza regole. Dallo studio e dall'esercizio nasce la libertà di rompere consapevolmente la regola per trovare soluzione nuove, risposte alternative.

Anche l’atto creativo si delinea come una tensione tra ciò che è in potenza, ciò che potrebbe essere possibile ma ancora non è, e quello che possiamo realmente fare, realizzare. Tale tensione racchiude in sé l’idea del fare che porta vero una forma, ma che al tempo stesso soggiace a un divenire, a un cammino per andare verso. Questo complesso movimento dell’atto creativo è indissolubilmente legato al concetto di evoluzione, che ci porta da forme rudimentali, a forme via via più perfette.

A Cavallari preme però rammentare come ogni storia evolutiva sia fatta anche di scontri e di conflitti, talvolta aspri, portandoci una nuova polarità: quella tra costruzione e distruzione. La nostra distruzione personale, ci dice, passa per esempio attraverso la demolizione dei nostri pregiudizi, delle nostre posizioni cristallizzate. Una distruzione principalmente simbolica, che altro non è se non la nostra capacità di metterci in discussione, per poter conseguentemente realizzare il cambiamento, l’evoluzione creativa.

Naturale punto d’arrivo del processo creativo che, seppur brevemente, abbiamo fin qua capito essere costituito da numerosi elementi, è l’incontro con la materia. L’atto creativo e il movimento che ne consegue, abitano inizialmente il mondo mentale dell’immaginazione, del pensiero, dell’astrazione, ma pur essendo profondamente psichici, devono poi rapportarsi alla natura materiale, del modo umano, concreto, d’essere al mondo.

In tal caso l’aspetto materiale, sentito spesso come limite alla possibilità creatività, diventa imprescindibile mezzo di espressione, di condivisione e, infine, di possibilità dell’anima di prendere forma.

 

Dopo l’intervento del dott. Giorgio Cavallari, in qualche modo ci siamo trovati “rincuorati” dal fatto che la creatività si può imparare. Pur nascendo per lo più da momenti di necessità, di paura, di difficoltà, di cui siamo chiamati a individuare il valore, si diventa creativi grazie alla passione, riconoscendo anche quella parte di piacere o di sollievo che proviamo nel portare fuori da noi ciò che sentiamo (sia esso dolore, rabbia o amore) per comunicarlo agli altri, dandogli forma.

Senza però dimenticare l’ambiguità apparente del termine passione che ha nella sua radice quel pathos che lo lega alla patologia. Un concetto sapientemente amplificato nell’intervento (riportato in questo numero) di Anna Villa e al quale vi rimando.

Possiamo anche aggiungere che la crisi è dunque un momento prezioso per rivedere il nostro modello di vita, il quale ci interroga a volte fino alle fondamenta della nostra identità, spesso scossa dalle dure prove che dobbiamo affrontare. Tenendo anche conto che, a mio avviso, un nemico della trasformazione creativa può certamente essere il susseguirsi delle frustrazioni che rischiano di portarci all’annichilimento. È dalle risposte che ci sapremo dare in questi frangenti che la nostra identità potrà evolvere, realizzandosi in modo sempre più completo e lo sarà per quanto sarà in grado di reggere quella tensione che il mondo (interno ed esterno) ci causa, quella resilienza dalla quale siamo partiti con questo articolo.

E rifacendomi ancora a Ronchi: “Se vedi uno che fatica, puoi stare certo che dietro ci sono sogni e speranze. Se qualcosa ti costa fatica, non fuggire: è segno che coltivi progetti. […] Quando un uomo esce dall’abisso, non ripete parole di altri, non intona vecchie canzoni. Uscire dal baratro è nascere. Ogni nascita è novità.13

In conclusione, nella difficoltà sembra rivelarsi quanto mai indispensabile cambiare il nostro rapporto con le cose e con gli altri, sapendo mettere in discussione principalmente noi stessi. È inevitabile che tanto più cadranno le nostre vecchie sicurezze, tanto più andremo in crisi, ma possiamo credere che partirà proprio da qui la nostra possibilità di trovare risposte creative e rigeneranti.

Potremmo iniziare facendo nostra e meditando una massima suggeritaci da Paramhansa Yogananda: “Accettate quindi il cambiamento come l'unica costante della vita”.

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • G. Cavallari, Creatività: L’Uomo oltre le Crisi, La biblioteca di Vivarium, Milano 2013.

  • E. Ronchi, (a cura di L. Buccheri) Il futuro ha un cuore di tenda, Casa editrice Fraternità di Romena, Pratovecchio (AR) 2010.

 

 

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VOCI DAL CONVEGNO

 

L’emozione del creare

Le vie impossibili”

Marzo 2014

 

Vengono qui di seguito riportate le tracce con cui i componenti del Direttivo di Demetra sono intervenuti nella giornata conclusiva del Convegno.

Laura Zanardo

 

EMOZIONI_______________CREATIVITÀ______________VIE IMPOSSIBILI

IMMAGINARIO

 

Sono qui, oggi pomeriggio con voi, per presentarvi questa breve comunicazione, offrendovi il percorso di ricerca fatto in preparazione a questo 12° Convegno.

Nasce a partire dall’EMOZIONE, quel processo interiore che si accompagna all’esperienza soggettiva, suscitato da… , dall’interno del corpo, dai cambiamenti fisiologi ai comportamenti espressi nella postura, nella mimica, nella voce. Movimento che possiamo trovare nell’etimo emozione, dal latino ex movere, che significa trasportare fuori, composto dalla particella ex, con l’azione, movére, agitare.

Sì, ricerca, sfogliando i vecchi vocabolari di latino e greco, per trovare i fondamenti a parole e pensieri in confusione creativa e riordinarli.

Andando a scavare, per dare significato al tema Creatività, ecco CREARE, nelle radici della lingua greca:

CREARE

KAINOO, fo nuovo, invento , escogito

KRANTOR, che compisce, termina

KR radice presente nel nome di 2 divinità:

-Kronos, il creatore padre di Zeus, Cerere-Demetra

 

-Demetra, divinità terrestre, dea della vegetazione, dei campi e dell’agricoltura

E infine ritrovare Demetra, che i Romani identificarono con la loro Cerere quella che produce, dea della vegetazione, dei campi e dell’agricoltura, anche protettrice del vivere civile, la nostra Associazione Culturale, che ci riunisce in questo Convegno a Treviso.

Il viaggio prosegue in direzione delle VIE IMPOSSIBILI, l’impossibile mi fa desistere mi ricaccia nell’ordinarietà del fare quotidiano che appartiene a noi tutti, fino a raggiungere il polo opposto del possibile che libera le energie creative.

Possibile, che può essere fatto, qui fieri potest, fare-potere, sento di poter:

compiere fabbricare-essere capace di creare.

Nel testo Miti di creazione di Marie Louise von Franz, collaboratrice di Jung, trovo la sottolineatura della duplice natura dell’impulso creativo e corrisponde a una strana tendenza dell’inconscio a far emergere qualcosa per poi rifiutargli l’accesso alla coscienza. Impulso creativo contiene un sì e un no, un aspetto attivo e uno passivo.

Si tratta di un rapporto dialettico, quindi dinamico e questo mi porta in un luogo familiare ma sempre nuovo “l’Immaginario”. Come psicoterapeuta mi avvalgo delle Tecniche Immaginative di Analisi e Ristrutturazione del profondo (I.T.P. di L. Rigo).

Nella definizione mi viene in aiuto il prof. Jean Burgos ,che si occupa di Ricerca sull’Immaginario presso l’Università di Savoia in Francia: l’Immaginario non punto d’arrivo, è punto di scambi fra le pressioni dello spazio esterno e le pulsioni profonde, luogo di realizzazione dei possibili. Non è il prodotto di un processo eccezionale di un essere privilegiato, apertura, espansione dell’essere. Mi ritrovo in un processo naturale e continuo, L’Immaginario, quale funzione vitale, appartenente all’uomo, in analogia con la funzione del respiro.

Dare respiro, dell’essere al mondo in un rapporto di scambio con il mondo. Diviene possibile l’impossibile: cambiare, innovare, inventare, creare una realtà nuova, uscire dal campo del conosciuto. Ecco allora la propria esistenza diviene opera creativa .

Mi piace poter immaginare una realtà nuova, possibile insieme a voi tutti qui presenti .

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • Morelli, Dei e Miti, Enciclopedia di mitologia universale, Fratelli Melita 1989.

  • J. Burgos, L’immaginario, perché?, “Conferenza al GITIM”,Treviso 2004.

  • J. Burgos, Strutture e processi dell’immaginario, “Conferenza al GITIM“, Treviso 2006.

  • M. Ferraris, Senso, Le domande della filosofia, La Biblioteca di Repubblica, Ariccia 2012.

  • M. L. Von Franz, I miti di creazione, Bollati Boringhieri, Torino 1989.

  • Vocabolario Greco-Italiano, Lorenzo Rocci, Società Editrice Dante Alighieri.

  • Vocabolario della Lingua Latina, Castiglioni, Mariotti, Scevola, Loescher.

Enrico Marignani

 

La creazione è l’atto con cui l’unicità esce da sé per andare verso una alterità che necessariamente è diversa e nuova. Questo movimento verso l’esterno genera emozioni che indicano la direzione della vita e generano un dialogo vitale con qualcuno che è altro da me.

 

Il romanzo di Mark Haddon Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte ci porta in un mondo sconosciuto, quello della logica pura in cui non c’è spazio per alcun sentimento. La storia di un bambino autistico che scopre che l’uccisore del cane della vicina di casa è suo padre. Secondo il suo ragionamento logico binario, se suo padre ha ucciso il cane, un giorno potrebbe uccidere anche lui. 

 

Proprio in quei giorni scopre, da un carteggio capitatogli in mano involontariamente, che la madre (che aveva abbandonato anni addietro la famiglia per fuggire con il marito degli stessi vicini di casa e che a lui avevano detto essere morta) è ancora viva. Ella diventa così la sua unica salvezza. Christopher, il nome del protagonista, compie l’impresa impossibile: riesce a fuggire di casa e a raggiungere sua madre a Londra con l’utilizzo di una serie di stratagemmi che gli consentono di arrivare a destinazione, nonostante la patologia di cui soffre non gli permetterebbe di andare negli spazi sconosciuti.

 

Cosa fa Christopher per salvarsi?

È costretto a uscire dal suo mondo pensato, per andare incontro a quello reale.

Questa  risoluzione, che prende dopo un forte conato di vomito, lo spinge ad affrontare la sua emozione primaria, l’emozione che domina la sua vita: la paura.

(Chi ha letto il romanzo potrà confermare che Christopher è un bambino veramente simpatico, con il quale è facile identificarsi perché ci mette in contatto con le nostre disabilità).

 

Christopher ci porta, man mano che il romanzo si sviluppa, a questa consapevolezza: che per salvarsi è necessario affrontare la propria personale paura, uscire dalla caverna dei propri pensieri (quella caverna del mito di Platone) e dal pensato passare all’agito, mettersi quindi in un movimento che diventa movimento creativo, perché ci consente (e ci obbliga) a trovare nuove soluzioni. Questo movimento genera in noi emozioni vitali.

 

Per quanto mi riguarda posso dire che quelle emozioni, che mi piace definire vitali perché mi riportano alla vita, partono e ritornano a me attraverso le esperienze e i vissuti, in un dialogo permanente, in una narrazione di racconti e di intrecci che mi fanno scoprire sempre qualcosa di me. Tuttavia non è un dialogo scontato o automatico e me ne accorgo quando si interrompe.

Quando questo succede, quando la trama della narrazione si interrompe, mi sento smarrito e mi ritrovo al buio o, nei casi peggiori, al gelo dello spazio cosmico che è dentro di me e richiama prepotentemente quello reale, fuori di me.

E vado alla ricerca del dialogo perduto.

 

È ciò che fa James, il protagonista di un altro romanzo best seller di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile, che in preda alle forti emozioni dell’adolescenza, cerca di scoprire quale sia il suo destino attraverso il dialogo con la mamma, con il padre, con la sorella, con il suo migliore amico e infine con la nonna, colei che lo riporta al senso della sua vita.

 

È un romanzo, questo di Cameron, che mi riporta alla mia esperienza quotidiana, quella di ripristinare continuamente il dialogo tra me e gli altri, tra il mio mondo interiore e le esperienze di vita. Talvolta diventa un dialogo faticoso, perché mi accorgo che, nonostante i miei sforzi, ci sono dei giorni in cui il dialogo non c’è, le emozioni negative, cioè quelle che mi allontanano dalla vita, mi inchiodano e sento che mancano la forza o la volontà del movimento.

 

Nasce dentro di me un sentire, la malinconia appunto del dialogo perduto, e fa capolino la consapevolezza che la vita è anche l’ascolto di quelle onde elettromagnetiche che provengono da mondi sconosciuti e ci raccontano qualcosa che non riusciamo ancora a decifrare e a nostra volta a tramandare.

 

Solo la poesia in questi momenti è in grado di cogliere il mio sentire e come per magia riannoda quel filo spezzato, riesce a ritrovare ciò che in altri tempi è andato perduto, a riportarmi alla mia umanità.

 

 

 

 

 

Sempre ritorni tu, malinconia

Dolcezza dell’anima solitaria

Ardendo si consuma un giorno d’oro

Umile si piega al dolore il sofferente

Che d’armonia risuona e di morbida follia

Guarda! Fa scuro ormai torna ancora la notte e geme un mortale

E un altro divide la sua pena

Rabbrividendo sotto stelle autunnali

Ogni anno di più si china il capo.

Georg Trakl

 

 

 

 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • M. Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Einaudi editore Spa, Torino 2003.

  • P. Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, Adelphi edizioni, Milano 2007.

  • E. Borgna, Di armonia risuona e di follia, Feltrinelli Editore, Milano 2012.

Anna Villa

 

Uno sguardo alla realtà socio-culturale e politica offre lo spunto per un’altra riflessione sul nostro tema. Mi sento di fare una lettura trasversale a partire dalle caratteristiche del vivere di oggi, per cogliere alcune linee energetiche in cui collettivamente ci stiamo muovendo. Nel far questo mi sono lasciata orientare dalla lettura dei giornali di quest’ultimo mese e da alcuni spunti dati da trasmissioni di interesse culturale e politico. Lo scopo di quello che dico non è offrire delle soluzioni, sarebbe presuntuoso, ma cogliere dei tratti del nostro comune modo di vivere in questi tempi di crisi, che si presta a riflessioni e considerazioni per un tentativo di superamento e di evoluzione.

 

- Il giornalista Michele Serra in uno dei suoi brevi e arguti commenti quotidiani sulla sua rubrica L’amaca, scrive di “dipendenza dall’alcol, dipendenza dal gioco d’azzardo, dipendenza dai farmaci, dipendenza dallo shopping, dipendenza dal sesso, dipendenza da droghe leggere e pesanti. Dipendenza dalla comunicazione: pare che ogni italiano, in media, dia un’occhiata allo schermo del suo telefonino più di cento volte al giorno... La trama sempre più fitta delle dipendenze avvolge come una rete implacabile le nostre vite”. Cita Bauman che scrisse, dopo la crisi del 2008, come anche i meccanismi economico-finanziari siano tipicamente di dipendenza: dipendenza degli Stati così come degli individui dal debito, con un sovradosaggio inarrestabile, vizioso.

 

- Barbara Spinelli, giornalista che si occupa di riflettere sulla costruzione di un’Europa non solo monetaria ma politica, dice che “Gli Stati Uniti hanno protetto un pezzo del continente consentendogli di edificare l’Unione Europea, ma ha viziato gli europei abituandoli all’indolenza passiva, all’inattività irresponsabile, al mutismo”.

 

- Oggi il mondo è globalizzato. Claudio Costamagna, banchiere d’affari intervistato da una giornalista, afferma che questo è il momento di lasciare l’idea del posto fisso come unico obiettivo rassicurante. (Questo è peggio di un pugno nello stomaco, ma proviamo a riflettere se non ci siano delle ragioni in questa posizione).

 

- Si vengono a conoscere scelte di alcuni giovani senza lavoro che ormai, sconsolati, non lo cercano più e che passano il loro tempo a casa.

 

Il rischio che si corre è di farci sommergere dalla tristezza o dalla depressione di fronte alle pesanti difficoltà di oggi e di assumere la rassegnazione come unico modo di affrontare le giornate.

Quello che mi pare di cogliere in questi spunti non è l’esito di una lettura strettamente psicologica, ma è la percezione comune a più parti, anche contestabile, di commentatori attenti agli effetti della crisi dei nostri giorni e al modo con cui ci si pone come individui e cittadini in questi ultimi anni.

Perché parlare di tutto ciò in un Convegno dove il tema è il creare? Quello che sembra riguardarci tutti è la dipendenza patologica, una modalità di essere al mondo che limita e riduce le nostre forze di affermazione.

 

Linda S. Leonard, psicoanalista Junghiana, nel suo libro Testimone del fuoco, Creatività e dipendenza,14 fa un suo percorso di maturazione e di fuoriuscita da una paurosa dipendenza dall’alcol. Figlia di un padre alcolista si ritrova a dover ammettere il suo problema e a riconoscersi malata. Parte allora dalla parola addictionper risalire alla sua radice etimologica. Addiction significa dipendere, tossicomania o altra forma di dipendenza; nella sua radice etimologica c’è però una connessione con creatività. Nel vocabolo addictus è implicita l’idea di un’abitudine a votarsi, arrendersi, consegnarsi o abbandonarsi. Benché lo si sia usato spesso in senso peggiorativo, esso aveva in origine il significato spirituale di devozione alla divinità, perché derivava etimologicamente da addicere: a dire. C’è dunque nell’addiction il senso di un dedicarsi o essere testimoni di energie creative.

L’autrice parte dal presupposto che comprendere la creatività avrebbe potuto aiutarla a vincere l’alcolismo. Forse, l’individuo dipendente e quello creativo compiono un viaggio simile, trascinati entrambi nelle più oscure regioni dell’anima. Ella afferma che si può scegliere il processo creativo con i suoi imprevisti, a volte anche forti disagi, oppure farsi prendere in ostaggio come quando si beve.

 

La dipendenza è l’atto del consegnarsi completamente a un padrone e l’individuo che si lascia comandare perde la libertà e l’integrità personale.

Siamo dunque individui e cittadini ciecamente dipendenti e non liberi? Come potremmo essere capaci di creare una vita nuova dentro la crisi che si offre a noi come un’occasione?

 

Ciò che Giorgio Cavallari nel suo libro chiama passione, per l’autrice è il demone, una forza interna che ci infonde energia e ci chiama creativamente all’essere e al divenire. La persona dipendente cerca di sfuggire alla tensione dell’esistenza, al giorno d’oggi la respiriamo ovunque, la persona creativa la onora, vivendoci dentro e sfruttandola per la propria creatività. Ciò che è veramente difficile e richiede coraggio è sopportare la tensione degli opposti, reggere la tensione tra ciò che vorremmo e ciò che possiamo realmente fare, che non siamo né completamente colpevoli, né completamente innocenti rispetto a qualunque situazione ci riguardi.

 

Quando si presentano sentimenti o sensazioni tormentosi il dipendente si butta sulla sostanza o su qualsiasi cosa gli tolga la tensione, invece che vivere in essa, esaminare i sentimenti spiacevoli, denominarli e registrarli, condividere le proprie intuizioni con gli altri, come fa l’individuo creativo. Consegnarsi al creare può portare l’individuo a un ampliamento della vita, a una visione più aperta e favorirne la trasformazione.

“La trasformazione creativa è guidata dalla psiche nella sua integrità e centra l’individuo, creando un rapporto nuovo con il Sé, il Tu e il Cosmo. È ciò che avviene quando il dipendente inizia il processo di guarigione”.15

Dalle ferite della dipendenza affrontate coscientemente e coraggiosamente, possono scaturire la creatività e la salute. La creatività è un richiamo, richiede coraggio affinché l’individuo possa trasformare in creatività le afflizioni della propria dipendenza. Aprirsi ad un mondo spirituale.

La dipendenza può essere una malattia progressiva e degenerativa, la creatività è rigenerativa e ciclica, un processo di morte e rinascita. Il creativo dà al mondo un’energia rigeneratrice, perché si trasforma nel senso della compiutezza.

Ecco l’invito di alcuni giornalisti:

Per uscire dalla crisi del presente dobbiamo uscire dalla compulsività, è una ricerca faticosa, è una lotta dura…

(Michele Serra)

 

La verità è che un uomo liberato non diventa per questo un uomo libero. La liberazione è solo un mezzo per raggiungere la libertà … Se vogliamo svolgere il ruolo di uomini liberi, dobbiamo essere capaci di esprimere il comportamento di una persona libera che conosce lo scacco: una persona libera che fallisce non getta la pietra su nessuno.

(Barbara Spinelli cita il poeta russo Brodsky)

C’è una ricchezza inesauribile fonte di sviluppo e di prosperità: il talento e la passione delle donne e degli uomini innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale. I valori immateriali nascondono un enorme potenziale di crescita che può stimolare l’economia e generare migliaia di posti di lavoro.

(Salvatore Settis cita il rapporto francese L’economia dell’immateriale).

 

Tornando a noi e ai disagi del nostro vivere in tempo di crisi, orientarci al creare può diventare spinta consapevole verso qualcosa di nuovo, non perché inventiamo la vita, ma perché consentiamo alla vita di procedere. Ad esempio, pensiamo all’imprenditore Giovanni Cafaro che si è inventato un lavoro: fare le code per gli altri.

Faceva il responsabile marketing in un’azienda, poi è stato licenziato e si è messo a fare l'uomo delle code per conto terzi, in posta o in banca. Ora tutti lo cercano: la tv e molti imprenditori.

Massimo Gramellini commenta così questa notizia: “Quali sono le due angosce principali degli italiani? Trovare un lavoro e fare la coda. Nessuno aveva mai pensato a collegarle tra loro. Nessuno prima di Giovanni Cafaro”.  

Questi risponde così al giornalista: “Sono contento di tutto questo interesse per il mio lavoro e per la mia storia, da parte di quasi tutti i media nazionali e anche esteri, e per le tante attestazioni di stima che da tutta Italia mi giungono, da persone che hanno trovato nella mia storia lo stimolo per lottare, per andare avanti e crearsi un nuovo lavoro”. 

 

Altra notizia è quella dei nuovi pub che stanno aprendo a Londra e in tutta la Gran Bretagna: in G.B. aprono sempre più locali che non servono birra e whisky, molto apprezzati dai giovani: Nuovi pub. La rivincita degli astemi. Qui lo sballo è analcolico”.

Simpatica annotazione: il pub di Londra è chiamato Redemption, Redenzione...

 

E il Veneto che vuole l’indipendenza dallo Stato Italiano? È questa vera liberazione o abbarbicarsi all’autosufficienza?

 

 

 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

  • L. Schierse Leonard, Testimone del fuoco. Creatività e dipendenza, Astrolabio, Roma 1991.

  • G. Cavallari, Creatività:l’uomo oltre le crisi, La biblioteca di Vivarium, Milano 2013, p. 28.

 

LA PAROLA A …

 

CREATIVITÀ E CUCINA

Silena Cassandro

 

Sono convinta che ognuno di noi abbia in sé il seme della creatività, il suo speciale modo per esprimersi nella vita, e il mio è la cucina.

I miei genitori amavano molto il cibo, non solo i piatti elaborati, ma soprattutto le cose buone nella loro semplicità e genuinità e non c'è niente che mi accomuni di più ai miei fratelli. Mio papà mi ha insegnato ad assaggiare di tutto, mentre mia mamma, con il suo senso del gusto molto raffinato, a porre attenzione a quello che mangiavo.

Ho avuto la fortuna di vivere in campagna e a casa nostra ci sono sempre stati l'orto, gli alberi da frutto e le viti per il vino. Spesso tenevamo le galline e i polli, coltivando noi stessi un piccolo pezzo di terra a mais per nutrirli, perché non avesse concimi chimici. Il latte era del contadino e così le uova. L'olio era di frantoio.

Insomma, tutti sapori autentici!

La casa profumava sempre di cibo e a tutti i pasti la famiglia si riuniva intorno alla tavola. Andavamo molto di rado al ristorante, ma ci incontravamo spesso tra parenti e amici per mangiare a casa di qualcuno o all'aperto ed era sempre una festa!

Da piccola andavo a prendere le uova ancora calde e mangiavo i pomodori appena raccolti pulendoli sui vestiti... quei profumi non mi abbandoneranno mai!

Credo che queste siano le basi del mio immenso piacere di cucinare. Attraverso la cucina vivo il legame con la terra, con chi la lavora e con i doni che ne derivano. Mangiar bene mi dà gioia e mi fa sentire bene. Quando cucino non mescolo solo degli ingredienti, ma i loro sapori, i loro colori, i loro profumi e la loro storia.

Poche cose mi danno lo stesso piacere come quando vedo le persone felici dopo aver mangiato qualcosa che ho cucinato io. Ogni volta è per me la conferma che attraverso quel cibo è passato un po' di quello che provo mentre lo preparo, un mio modo di voler bene.

Vi propongo questa ricetta perché si tratta di un piatto molto nutriente e leggero per le caratteristiche degli ingredienti che la compongono.

L'orzo e il farro sono due cereali molto antichi che appartengono alla famiglia delle graminacee. Entrambi contengono glutine, per cui non sono adatti a chi soffre di celiachia.

In passato vennero usati come merce di scambio e costituirono gli alimenti base nella dieta dei soldati romani, noti per forza e resistenza. Nel rito del matrimonio romano la sposa offriva del pane preparato con la farina di farro per essere poi consumato insieme allo sposo.

Dell'orzo sono stati trovati resti anche all'interno delle piramidi egizie.

Questi cereali crescono bene sia su terreni fertili che poveri e sopportano sia le alte sia le basse temperature. Essendo molto resistenti non richiedono l'uso di fertilizzanti e diserbanti.

Nel tempo si è ridotta molto la loro produzione per la scarsa resa, ma il loro valore nutrizionale è molto interessante così come, secondo me, il loro sapore. Contengono il 12% di acqua, il 10% di proteine, il 65% di carboidrati; minerali tra i quali ferro, potassio, zinco, calcio, sodio e fosforo, vitamina A ed E e molte del gruppo B, pochi grassi e alcuni aminoacidi.

Danno un buon senso di sazietà senza appesantire e sono consigliati come disintossicanti per togliere le infiammazioni dello stomaco e dell'intestino, come mineralizzanti per ossa, unghie e capelli e, grazie al fosforo, giovano alla capacità di concentrazione e alla memoria.

Si prestano alla preparazione di zuppe calde e di insalate fresche e, con l'aggiunta di ortaggi profumati come nella ricetta proposta, possono considerarsi un piatto completo.

Verdure saltate

 INSALATA D'ORZO E FARRO ALLE VERDURE SALTATE

 

160 g di orzo perlato

160 g di farro perlato

2 litri di acqua

sale

2 carote

2 cipolle novelle

1/2 peperone rosso

1/2 peperone giallo

2 zucchine (pulite della parte con i semi)

olio extravergine d'oliva

sale

pepe Insalata d’orzo

zucchero

tonno all'olio d'oliva

formaggio o mozzarella

qualche oliva taggiasca (a piacere)

qualche foglia di basilico

 

Sciacquare i cereali e coprirli in una pentola con l'acqua fredda. Portare a bollore.

Ridurre la fiamma al minimo e, coperto, lasciar cuocere per mezz'ora.

Aggiungere del sale grosso e cuocere per altri 5-10 min.

Scolare e far raffreddare disteso in una teglia ampia.

Nel frattempo saltare ciascuna verdura in padella a fuoco vivace con poco olio, tenendo conto dei diversi tempi di cottura, cospargendole con un pizzico di zucchero e uno di sale, lasciarle raffreddare.

Tagliare il formaggio a cubetti. Scolare il tonno e sbriciolarlo.

Mescolare tutti gli ingredienti e condire con un filo di olio. Cospargere con qualche foglia di basilico sminuzzata con le mani e una macinata di pepe. Buon appetito!

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NOTE BIOGRAFICHE

 

 

ANNA VILLA

Psicologa-Psicoterapeuta ad orientamento junghiano e psicosomatico. Vive e lavora a Treviso come libera Professionista. Nel 1996 fonda l’Associazione Culturale Demetra, di cui è Presidente, che opera nel territorio trevigiano dal 1998 con iniziative teorico-pratiche volte all’integrazione psicosomatica. Nell’associazione Demetra ha proposto negli anni Corsi per le donne sui temi del Femminile attraverso la Tecnica Psicomotoria e le fiabe. Propone serate di Danze Rituali come esperienze di Espressione, Movimento e approfondimento personale di tematiche Inerenti la Consapevolezza di sé. è docente della Scuola di Psicoterapia dell’ANEB, Associazione Nazionale di Ecobiopsicologia con sede a Milano.

 

ENRICO MARIGNANI 

Esercita l'attività di avvocato nel foro di Treviso dal 1998 e davanti al Tribunale Regionale Ecclesiastico dal 2009 presso il quale svolge anche l'attività di difensore deputato del vincolo; è membro del Direttivo Demetra dal 2002 e attualmente lavora in un progetto di ricerca in storia della scienza del diritto canonico.

 

LAURA ZANARDO

Psicologa-Psicoterapeuta, esperta in tecniche di Rilassamento Immaginativo, è psicomotricista presso l’ULSS n°9 di Treviso. Membro Direttivo dell’Associazione Culturale Demetra. È docente presso la Scuola di psicoterapia GITIM di Treviso – Gruppo Italiano Tecniche Imagerie Mentale – Scuola Italiana di Psicoterapia per le Tecniche Immaginative di Analisi e Ristrutturazione del Profondo secondo ITP di L. Rigo.

 

SILENA CASSANDRO

Diploma di Ragioniera e Qualifica di Cuoca presso l'Istituto Maffioli di Castelfranco Veneto.

In passato ha svolto l'attività di cuoca ed attualmente è impiegata presso un'azienda sanitaria.

Ha recentemente condotto il Laboratorio di Cucina e Degustazione in occasione del recednte Convegno Demetra

 

SUSANNA RUBATTO

Laureata in lettere all’Università Ca’ Foscari (VE). Diplomata Counselor in Psicosomatica Ecobiopsicologica all’ANEB di Milano dove, dal 2007 al 2010, ha inoltre seguito corsi di formazione e aggiornamento. Svolge a Treviso la propria attività di Counselor, attraverso colloqui individuali e attività nell’Associazione Demetra. Dal 2007 è redattrice nella rivista trimestrale Karate Do, avendo praticato per dieci anni Karate Tradizionale a Treviso.

 

VALTER CARNIELLO

Psicologo e Psicoterapeuta con la specializzazione ad indirizzo psicosomatico. Si occupa di ipnosi e ne studia le applicazioni cliniche. Da diversi anni segue l’impostazione Ecobiopsicologica. Nel 1997 fonda l’Associazione culturale IL LABIRINTO. Lavora a Sacile e a Treviso, privatamente e per le Aziende Sanitarie.

DEMETRA NEWS

 

I VENERDÌ DI DEMETRA

Serate introduttive alla psicosomatica Ecobiopsicologica

 

L’Associazione ha in programma alcuni incontri relativi al benessere della persona nella sua dimensione somato-psichica. Si intende offrire contenuti per un approccio psicosomatico alle malattie nelle loro manifestazioni fisiche, psicologiche e spirituali.

 

 

 

APPROCCIO A SÉ

 

Un modo per conoscersi a partire dal corpo

 

Si sta attivando il Corso di Formazione Psicocorporea, rivolto a quanti desiderano entrare in contatto con se stessi e conoscersi più a fondo attraverso la Psicomotricità Relazionale.

Contenuti tematici: Fiducia, Natura del corpo, Individuazione, Identità, Comunicazione.

Conduttrice del Corso: Dott.ssa Anna Villa, Psicologa-Psicoterapeuta.

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DANZE RITUALI

 

Verranno organizzate delle serate di Danze Rituali nel periodo autunno-inverno 2014 – 2015.

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DEMETRA

ASSOCIAZIONE

CULTURALE

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VIA CAVINI, 7/F – TREVISO –

TEL. 0422-401853

 

www.convegnodemetra.it

 

L’Associazione Culturale Demetra opera nel territorio trevigiano dal 1998. Le sue proposte mirano a sensibilizzare, formare e informare quanti manifestino interesse nella ricerca personale, individuale e sociale in ordine all’integrazione corpo-mente secondo una visione olistica della persona inserita in un suo contesto ambientale, in relazione con il mondo esterno circostante.

L’Associazione ritiene che l’integrazione corpo-mente possa rispondere alla necessità esistenziale di benessere e di unità personale di cui ogni essere umano ha diritto e che questa si raggiunga attraverso la graduale acquisizione di consapevolezza, la maturazione della Coscienza.

Negli anni sono state attivate esperienze corporee come Psicomotricità, Danze Rituali, Yoga, Teatro-Danza, Bioenergetica, Psicodramma Corporeo, e sono stati proposti Seminari di approfondimento e Convegni divulgativi su tematiche Psicosomatiche e Psicologiche di interesse generale e specifico per favorire la riflessione e una maggior conoscenza delle più recenti acquisizioni scientifiche inerenti a queste materie.

Il Direttivo dell’Associazione è formato da Anna Villa e Laura Zanardo, psicologhe-psicoterapeute e da Enrico Marignani, avvocato. Le attività dell’Associazione sono sempre seguite con interesse; i suoi soci raggiungono il numero di 450 e nel corso degli anni la partecipazione, soprattutto ai Convegni, ha visto mobilitarsi tutto il territorio del Triveneto. Fin dall’inizio Demetra collabora con l’ANEB, Associazione Nazionale di Ecobiopsicologia che ha sede a Milano.

 

www.convegnodemetra.it

 

 

IL LABIRINTO nasce nel 1997 a Sacile (PN) con lo scopo di diffondere la cultura e la ricerca nell’ambito della medicina psicosomatica. Le attività didattico culturali dell’Associazione toccano punti fondamentali come: i disturbi psicosomatici, l'identità, la personalità, l'incidenza del mondo degli affetti sulla salute psicofisica.

Per affrontare nella loro globalità la salute e la malattia, è conveniente ampliare la prospettiva d’intervento, cogliendo l'importanza dell'integrazione di tutte le parti della persona: psichica, corporea, relazionale ecc.

Un'altra caratteristica peculiare dell’Associazione è lo studio e l'utilizzo di tecniche a mediazione corporea e l'ipnosi clinica. Nel corso degli anni si sono organizzati numerosi corsi di formazione in tecniche ipnotiche rivolte a medici e psicologi, anche in collaborazione con l’Istituto di Ipnosi Clinica Bernheim di Verona.

 

L’Associazione Il Labirinto ha sede a: Sacile (PN) in via Meneghini, 3 tel. 348 3578 838

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1 Linda Schierse Leonard, Testimone del Fuoco-Creatività e dipendenza, Astrolabio, Roma 1991, p. 160.

2 ibidem p. 159.

3 ibidem p. 160.

4 ibidem p. 161.

5 Fritjof Capra, La scienza della vita, ed. BUR, p. 79.

6 Maria Pusceddu, Il corpo racconta. Psicosomatica e archetipo, Paolo Emilio Persiani, Bologna 2014, p. 27.

7 Fritjof Capra, La scienza della vita, ed. BUR, p. 80.

8 Frigoli, Ecobiopsicologia. La psicosomatica della complessità, M&B, Milano 2004.

9 Maria Pusceddu, Gioco di Specchi, Paolo Emilio Persiani, Bologna 2010, p. 23.

10 Maria Pusceddu, Il corpo racconta – Psicosomatica e archetipo, Paolo Emilio Persiani, Bologna 2014.

11 E. Ronchi, Il futuro ha un cuore di tenda, p. 58.

 

12 G. Cavallari, Creatività: L’Uomo oltre le Crisi, p. 13.

13 Ibidem, p. 29 e p. 34.

14 L. Schierse Leonard, Testimone del fuoco. Creatività e dipendenza, Astrolabio, Roma 1991.

 

15 G. Cavallari, Creatività:l’uomo oltre le crisi, La biblioteca di Vivarium, Milano 2013, p. 28.